• Non le salite strenue, né le discese vertginose. E neppure le valli dai torrenti spumeggianti. Le ruote della mia bicicletta hanno superato tutte le difficoltà.

    Ma là dove i Pirenei si gettano nel mare anche la mia corsa è finita.

    Da un mare sono partito e al mare sono tornato il cuore pieno di emozioni. Così è la vita, partire per tornare, la fine è il mio inizio come disse Tiziano Terzani.

    Cari amici vi ho portato con me e mi avete incoraggiato e sostenuto. Un grazie di cuore.

    E con me i figli hanno faticato con me sul divano di casa. E’ stato bello sentirvi vicine.

    E ora non mi resta che riabbracciare la mia JOiello d’argento, sempre attenta e premurosa dall’altro capo dell’Europa.

    E che la fiesta abbia inizio.

  • Ormai il mio percorso volge alla fine. Ma prima della discesa verso il mare, come è giusto, c’è da superare un’ultima grande salita. Il Colle di Pailhères è poco conosciuto, ma non teme il confronto con il Tourmalet. Culmina giusto a 2000 metri con quasi 20 km da Ax.

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    Il tempo è coperto e il pomeriggio prevedono temporali; in compenso per la prima volta oggi non soffro il caldo. La salita è subitocontinua, poi entro in una valle verdissima fra laghetti e paesini caratteristici. Si alternano alcune dure rampe e falsopiani fino ai piedi del pendio finale. La strada sale con lunghi tornanti, ai 2km vedo il passo ma sono interminabili.

    In cima mi sento libero e leggero, ormai le grandi difficoltà sono superate. Alcune parole con un gruppo di tedeschi che ho raggiunto in cima, poi la discesa in un fitto nebbione, quasi non si vedono i tornanti.

    A metà discesa devio a destra; c’è ancora un piccolo valico da superare, poi entro in un vastissimo altopiano fra campi di grano e vaste praterie. Questa parte dei Pirenei ha una vastità sconosciuta al resto del viaggio.

    Il paesino di Matemale e un’accogliente taverna mi attendono. Domani si scende al mare!

  • Alcuni chilometri prima di Ax il castello di Lordat domina l’Ariège; le sue mura sbrecciate raccontano la storia terribile della guerra contro i Catari.

    Nella seconda metà del XII secolo in tutta la Cristianità fiorirono dei movimenti che cercavanodi ripristinare una pratica di povertà e semplicità più vicina alla chiesa primitiva contro la chiesa romana percepita come corrotta. Firono chiamati Catari, cioè purificati, ma loro si identificavano semplicemente come bonhommes, cioé uomini giusti.

    Il sud della Francia fu uno degli epicentri di questo moviment. Per alcuni decenni i Catari vissero in pace nel tolosano con la protezione dei signori locali, fondando di fatto una chiesa parallela Ma nel medioevo la fede non era un fatto privato;contestare la chiesa era contestare la fonte del potere di re e imperatori, scardinare la struttura della società medievale.

    Falliti i tentativi di conciliazione, nel 1209 la chiesa lanciò la crociata.E qui il destino dei catari si incrociò con la politica.Quelle zone che per noi sono il sud della Francia formavano allora il mondo occitano, che gravitava verso il Mediterraneo e la Catalogna. La crociata servì gli interessi dei conti di Parigi di unificare lo spazio francese.

    Dopo la decisiva sconfitta di Muret nel 1213, gli aragonesi abbandonarono la regione ai re francesi e abbandonarono i Catari al loro destino.

    La guerra durò ancora tre decenni fra rivolte e massacri; i Catari si rifugiarono nei castelli della regione e preferirono il rogo all’abiura. L’ultima roccaforte, l’imprendibile castello di Montsegur cadde solo nel 1244. Ma ancora nel trecento qualche eretiico si recava nella regione seguendo il cammino proveniente da Barcellona.

    Quello che oggi è un popolare trekking noto come il Chemin des Bonhommes.

    E domani si riparte!

  • La salita di oggi, il col d’Agnès, è poco conosciuta, nonostante una vittoria al Tour di Marco Pantani, ma anche un po’ temuta, In effetti non faccio in tempo a partire che una ripida rampa mi sfida. Ma ci vuole ben altro per le mie gambe temprate va da due settimane. Di salite. Spingo con forza e in breve supero il tratto più duro; salendo la salita si addolcisce e il panorama si fa grandioso.

    Scavallo e scendo sull’altro versante fino a un romantico laghetto; di qui inizia la breve risalita al Port di Lers, l’ultima difficoltà altimetrica della giornata.

    Ed ecco altre valli mi si presentano davanti, questi Pirenei non finiscono mai!

    In effetti in fondo alla discesa mancano ancora quaranta km ad Ax. Raggiunta l’Ariège mi tocca seguire la Route Nationale che porta ad Andorra. Su questo stradone il caldo e alcune rampe mi mettono a dura prova.

    Finalmente entro ad Ax dove uns bella fontana mi invita a rinfrescarmi. Ma sono in in centro termale e l’acqua è spiacevolmente tiepida.

    Ne profitterò domani per mettere a riposo le ossa. Buona serata!

  • La testa e le gambe è il titolo di un capitolo di una storia del ciclismo che conservo religiosamente in biblioteca. Parla di quando a inizio degli anni ´60 il ciclismo smettè di essere soprattutto uno sforzo bestiale per diventare uno sport moderno in cui intelligenza e tattica giocano un ruolo fondamentale. Legato al cambiamento della società che, uscita dagli orrori della guerra cominciava a godere di qualche comodità, e la bicicletta a diventare un mezzo di svago.

    E, molto più modestamente nella mia piccola avventura enbtrambi servono. Senza i garòn, come li chiamava Binda, sui colli non sì sale. Ma è la testa che suggerisce i tempi e modi della preparazione, e la misura di quanto è fattiibile. E in strada è la testa che aiuta le gambe a superare l’inevitabile fatica, ma anche a moderare lo slancio e a conservare le energie. Soprattutto quando gli anni passano e la forza un po’ diminuisce, lo sport diventa sempre più un atto di intelligenza.

    Oggi la testa suggerisce un pedalare più calmo lungo i 60km del percorso e sulle due salite della giornata , il romantico e pedalabile Col de la Core, e il più ripido Colle di Latrappe arroventato dal sole del meriggio. Sempre in scenari fra infinite quinte di valli.

    E, alfine, un buon riposo nella quieta stazione termale di Aulus in mezzo a grandi montagne che fanno presagire le salite di domani.

  • Cosa c’entrano i cammelli con i Pirenei? Beh se il clima continua a cambiare fra un po’ forse ci arriveranno e l’ottimo formaggio della regione sarà prodotto con latte di cammella.

    Ma i cammelli hanno anche due gobbe, come queste ultime tappe; non una sola grande salita, ma due inframmezzate da una discesa. Che sia meglio o peggio per le gambe lo vedremo poi.

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    Ripasso la Garonna ed ecco la prima gobba, il col di Menté.

    Rispetto alla Marie Blanque che avevo salito all’inizio questa presenta una forma diversa di malvagità: anziché prima illudere il ciclista per poi prenderlo alla gola lo consuma lentamente con lunghi rettilinei in pendenza, il tutto per quasi dieci chilometri.Con calma spero le difficoltà e raggiungo i bei tornanti che portano al passo.

    Discesa veloce e, già, sono sul cammello e la seconda gobba è appuntita. Un bivio a destra ed eccomi su di una dura rampa al 15% che mi mozza il fiato. Il Portet d’Apet da questo lato è solo 4,5 km, ma si sale di 450 metri con muri sopra il 15%. Nella foga nemmeno vedo il memoriale dedicato a Fabio Casartelli, il ciclista italiano morto per una caduta in un Tour de France.

    In cima sono lievemente stravolto, ma ora arriva la ricompensa. Scendo in una valle verdissima fra prati e paesino caratteristici. Sono in Ariège e le costruzione con i tetti di scandole e i nomi delle borgate mi dicono che sono ormai in Occitania e ricordano la Provenza. Un delizioso pranzetto a bordo fiume, un bagnetto ristoratore e riposino sotto le piante completano la giornata. Mica solo faticare!

  • Dopo il riposo nella bella Arreau è ora di ripartire! Per la verità le gambe ci mettono un po’ a capirlo, ma insistendo si lasciano convincere…

    Fortunatamente l’inizio è dolce, una decina di km in un paesaggio verdissimo e in dolce pendenza.

    La musica cambia all’attacco dell’ultimo dei quattro mitici colli, il Peyresourde;al confrontoo col Tourmalet è però poca cosa, una salita pedalabile e monotona su di un largo stradone.

    In vetta simpatica chiacchierata con tre ciclisti che fanno la traversata in senso inverso; uff, loro però hanno una macchina di appoggio per i bagagli. La discesa verso la stazione termale di Bagnères è velocissima.

    Ma si sale per scendere e si scende per salire. E quindi si riparte per il secondo passo della giornata, il colle del Portillon. Sono solo sei km, ma questa volta pepati; in cuor mio ringrazio chi ha piantato il bel bosco di querce che mi protegge dal sole.

    In cima entro in Catalogna; l’alta valle della Garonna, il fiume di Tolosa, è in effetti in Spagna. La vegetazione comincia a cambiare e a diventare mediterranea, purtroppo anche la temperatura cambia.

    Finita la discesa mi attendono in effetti quasi 20 km controvento e sotto un sole cocente per arrivare in un paese perduto dove non c’è un bar aperto. Stasera pane e formaggio e acqua di fonte per cena.

  • Il col de Menté, dove passerò fra due giorni, serba il ricordo di uno degli eventi più drammatici della storia del Tour de France. Era il 1971 ed Eddy Merckx era all’apice della carriera e sembrava imbattibile.

    Ma un giovane corridore spagnolo volle provarci; in una calda giornata di luglio vide il cannibale in difficoltà e pestò come un forsennato sui pedali.

    Arrivò a Orcières Merlette, dove fra pochi giorni ripasserà il Tour, con quasi nove minuti su Merckx. Il suo nome era Luis Ocaña e quel giono entrò nella storia del ciclismo.

    Il Tour semrava vinto, ma Merckx non si arrese e continuò ad attaccare. E infine il destino ci mise lo zampino; in cima al Col di Menté si scatenò una tempesta, in discesa Ocaña cadde e si dovette ritirare. Per rispetto il giorno successivo Merckx non volle indossare la maglia gialla.

    Ocaña vinse poi il Tour due anni dopo in assenza di Merckx, ma il Tour del 1971 restò per lui un’ossessione, il simbolo di una carriera sfortunata. Pochi anni dopo un destino tragico l’avrebbe accomunato a un altro grande scalatore, Marco Pantani.

    Leggete il commosso ricordo scritto da Gianni Mura:

    https://minimaetmoralia.it/ritratti/luis-ocana/

  • Sua maestà è il colle del Tourmalet. Con i suoi 2115 metri è il culmine della mia traversata; il Tour ci è passato quasi novanta volte, l’ultima un paio di settimane fa con la vittoria di Pogacar.

    Come tutti i re si fa desiderare: da Luz sono quasi venti chilometri di salita continua anche se mai estrema e 1400 metri di di dislivello sesto giorrno e devo gestire levforzr; salgo in modo regolare senza preoccuparmi dei ciclisti più veloci. Man mano il panorama si apre, conque km prima dell’arrivo appare in alto, quasi irraggiungibile, il passo. L’ultimo tratto non finisce mai, un’ultima curva al 12% mi porta in cima.

    In vetta l’ambiente è indescrivible, centinaia di ciclisti si complimentano, fotografano e si scambiano impressiono.

    La discesa sull’altro versante è veloce e spettacolare, almeno se si chiudono gli occhi per non vedere l’obbrobbrio della stazione sciistica di La Mongie.,

    Ma non è finita! Per raggiungere l’albergo devo ancora superare il Col d’Aspin: 600 metri di dislivello in 12 km, poca roba se non fossi ormai stanco. Gli ultimi 5 km sono di vera salita, stringo i denti e raggiungo la bella sella del passo.

    La discesa è bella e veloce, soltanto come spesso nei Pirenei non ci sono barriere. Un po’ di prudenza è d’obbligo, non vorrei finire la traversata in un fosso.

    Raggiungo Arrau, un delizioso villaggio lungo un torrente spumeggiante che porta un bel fresco. Domani un meritatissimo e benvenuto giorno di pausa, più di metà dela traversata è fatta!

  • Aubisque, Tourmalet, Aspin e Peyresourde: ogni appassionato di ciclismo conosce questo quartetto che scandiva la classica tappa del Tour da Pau a Bagnères de Luchon. Per la prima volta il Tour passò da qui nel 1910; il vincitore Octave Lapize salì parte del Tourmalet a piedi gridando assassini agli organizzatori. Purtroppo i veri assassini li avrebbe incontrati pochi anni dopo nel carnaio della Prima Guerra mondiale; in confronto alle trincee della Marna, della Somme e del Carso, il Tourmalet deve essere sembrato un giardino fiorito.

    Anche oggi nell’era del carbonio e dei cambi elettronici, queste salite incutono rispetto, e il buon senso suggerisce di dividerle su più giorni. Oggi mi tocca l’Aubisque, una solida salita mai estrema ma bella sostenuta nella seconda parte.

    Il cielo è coperto e fa un bel freschetto, purtroppo salendo entro in un bel nebbione, sembra di pedalare in un nebulizzatore. Stranamente non c’è anima viva. Raggiunto il passo, il mistero si svela, la strada è chiusa sull’altro versante per una manifestazione ciclistica.

    Traversando verso il Soulor, incontro decine di queste ombre nella nebbia. Purtroppo per il panorama di una delle strade più bello dí Francia devo ricorrere a Google.

    Un attaco di fame nella risalita al Soulor consiglia una meritata pausa. Finalmente il cielo si apre e si vede intorno.

    Di qui mancano ancora 35 chilometri dapprima in discesa poi in leggera salita lungo il fiume. Finalmente entro nell’animata Luz Sain Saveur; come direbbe quello là ´mi sento un po’ stanchino’.